01/03/2009

Il Volontariato

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Il vissuto dell’altro, la sua memoria, apre solchi nel nostro animo quando da quella storia ci facciamo attraversare senza difenderci. Per paura di quell’ignoto che ancora non conosciamo. Aprire all’altro la propria interiorità significa dare fiducia e darsi fiducia perché la relazione apre spiragli , interrogativi che senza l’altro che ascolta non ci ponevamo. La storia dell’altro arrichisce, dilata i nostri orizzonti, plasma le nostre motivazioni. Occuparsi di volontariato significa per me concedersi maggiori possibilità di conoscenza interiore vicendevole. Un mondo interiore che difficilmente possiamo presumere di conoscere per intero.

11:37 Scritto da: legriots | Link permanente | Commenti (8) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Commenti

Avrei voluto fare il medico ma i sentieri della vita mi hanno condotto in un'altra direzione. Quando la ditta in cui lavoravo mi ha dato il benservito dopo 24 anni, ho trovato naturale dedicarmi a chi soffre, e sono diventata volontaria. Gli inizi sono stati duri: la paura di dire qualcosa di sbagliato, di essere inadeguata, il trovarsi di fronte alla malattia e anche alla morte mi hanno spaventato, ma mi hanno fatto anche scoprire una forza interiore che non sapevo di avere. Oggi far sorridere un ammalato, ascoltare le sue paure e i suoi timori, farlo sentire meno solo mi danno tanta forza e coraggio per affrontare in modo diverso le battaglie della vita.

Scritto da: elena | 25/01/2009

Cara Elena
condivido pienamente la tua storia. Solo quando ci troviamo davanti alla sofferenza ci accorgiamo delle nostre capacità, di quelle energie che pensavamo di non avere. Il volontariato ci mette quotidianamente alla prova perchè ogni persona a sè, per ogni individuo il grado di accoglienza è diverso. Allo IEO sto bene fra pazienti che oggi vivono la stessa malattia che ho incontrato undici anni fa: il mio spirito, la forza che nutro verso la vita mi sostiene e apre spesso un dialogo fra il paziente e me che è vivo, autentico, di grande valore umano. Ogni venerdì è diverso e scopro attraverso quelle storie un mondo che ci accomuna, dei desideri che vogliono trovare luce. Imparo molto e mi arricchisco con quella esperienza che mi lascia sempre assaporare l'essenziale della vita. Imparo che noi prima di essere cellule siamo storie infinite ed ineguagliabili, imparo che l'amarsi aiuta molto in questo percorso di guarigione. Sarebbero molte le cose da raccontarti cara Elena e tu sai meglio di me cosa si prova. Scrivimi ancora. con affetto Sonia

Scritto da: sonia | 26/01/2009

Care amiche,
sono una volontaria anch'io e, come voi, sperimento ogni volta il grande dono della condivisione. Varcare la soglia di una camera in ospedale m'incute sempre un pò di timore, esito qualche istante prima di entrare, perchè mi sembra d'invadere uno spazio privato, reso sacro dalla sofferenza e bisognoso di rispetto. Mi faccio coraggio ed entro, sorridendo. La prima cosa che cerco è lo sguardo di chi ho davanti, gli occhi trasmettono molto più delle parole e sono più immediati. S'instaura subito un dialogo silenzioso, mi sento accolta ancora prima di parlare. Siamo simili, donne che hanno incontrato il cancro, i nostri occhi e i nostri sorrisi svelano un mondo comune di paure, angosce, gioie e speranze e le parole arrivano tumultuose e inarrestabili, oppure timide e contenute, quasi timorose di rompere quel cerchio magico e invisibile, che ci avvolge. Ogni volta è un dono, che reciprocamente ci scambiamo, la vita dell'altra si svela, cerca nella condivisione aiuto e sostegno e, contemporaneamente, ti sostiene e dà forza. E tutta questa ricchezza donata e ricevuta chiede solo uno sguardo intenso di tenerezza per iniziare a comunicare con il cuore.
Un bacio, Maria Bruna

Scritto da: maria bruna | 29/01/2009

Gent.ma signora Sonia, grazie dell’invito ! Complimenti per il suo sito, per quello che scrive , per il modo e la sensibilità . Condivido i messaggi e la sostanza di quanto vuole comunicare. Sono medico e ho scritto per anni su giornali medici e di divulgazione. Di fatto per 10 anni ho fatto soltanto la giornalista scientifica e ora da quasi 20 sono tornata alla medicina. Mo marito è anche lui medico, è un ‘anestesista, ed è stato per 6 mesi in Sudan nell’ospedale di Emergency. Come non apprezzare quello che ha scritto, nella sua presentazione di sé e del suo compagno? Piacere di essere entrata in contatto con lei indipendentemente dalla casa! Ancora complimenti e buon week-end!
LYDIA SOLETTI

Scritto da: lydia | 01/03/2009

Ciao Sonia, ho letto velocemente perché sto scappando per le visite di oggi. Vorrei precisare che l’esperienza in Sudan è stata fatta da mio marito non da me. Credo che lui sarà felice di raccontare e arti avere anche delle fotografie davvero toccanti che ha realizzato in quei sei mesi con EMERGENCY. La mia è soltanto un’esperienza diretta di moglie che ha accettato a malincuore all’inizio, nel momento della scelta, questa sua decisione...ma poi man mano è cresciuta la consapevolezza che fare , a un certo punto delle vita, qualcosa di concreto per gi altri rende ragione alla tua stessa esistenza. Così, pur nella difficoltà di vivere la quotidianità qui a Milano da sola con i due ragazzi in un momento difficile, ho capito che la nostra vita lievitava al di là e la di sopra di quei tanti piccoli problemi che sembrano spiazzarcii e che invece sono nulla se riferiti al ....macrocosmo. Ne riparleremo! Trasmetto questo messaggio a mio marito , a presto!
LYDIA SOLETTI

Scritto da: lydia | 02/03/2009

come faccio a pertecipare dove si svolge
o semplicemente a sapere di + sulla scrittura

Scritto da: Attilio | 14/04/2011

Caro Attilio scrivi perfavore alla e-mail: sonia.scarpante@fastwebnet.it

Scritto da: Maria Bruna Pomarici | 14/04/2011

Carissima,
chi l’avrebbe detto che questo anonimo 2011 sarebbe sorto con le vele spiegate?
Tuttavia, così è stato, nonostante i porti in cui ho soggiornato temporaneamente, a volte per un battito di ciglia a volte più a lungo, non siano stati proprio tutti ospitali.
Troppo tempo ho passato in sterili labirinti mentali lastricati da ottime intenzioni e solenni rinunce.
Polveroso e relegato nell’angolo buio dell’accademia che fu, il libro vermiglio di Demetrio “Raccontarsi” non ha mai smesso di provocarmi.
Ci sarà un motivo per cui un giorno imprecisato in una chiassosa Feltrinelli della capitale l’ho comprato.
Erano tempi non sospetti allora.
Ancora meglio, lo stimolo doveva essere proprio puro ai suoi albori.
Con il senno di poi, mi rendo conto che la scelta di quel saggio è solo apparentemente letteraria: se è vero che ogni uomo deve trovare il suo cammino, il mio passa attraverso la scrittura.
L’autobiografia ha per vocazione un carattere pubblico, afferma Demetrio, è l’occasione per raccontare, ma anche per chiarire, giustificare scelte, spiegare errori: sin da piccola, ho sempre fatto poco rumore e la mia storia, se voglio che sia finalmente la mia storia, devo raccontarla così, per un immaginario parterre di lettori che con delicatezza e desiderio di conoscenza la nutrano.
In fondo, penso che una verità una volta scritta, appartenga anche a chi legge oltre che naturalmente a chi l’ha pensata e scritta.
Insomma ho deciso di fare rumore.
E chi può meglio di te comprendere che significa?
Il rumore che hai fatto da un certo punto in avanti è stato forse chiasso per i tuoi più stretti familiari ma credo che quel chiasso-rumore-clamore sia l’incipit di una nuova esistenza che dopo essere scesa nelle caverne del dolore è risalita alla luce della speranza.
Se scrivo dilato il tempo.
Se scrivo di me, approfondisco la distanza tra me e la vita fino a vederla scorrere come in una moviola: mi concedo il lusso di pensarla e di rifarne di continuo l’esperienza.
Perché ho tante cose dentro questa testa che nemmeno nelle asettiche stanze della psicanalisi hanno trovato alberghi confortevoli.
Perché credo nella guarigione possibile attraverso il racconto della storia di sé.
Quando ho imparato a usare il computer, il rossastro dorso di “Raccontarsi” ha lasciato il posto agli ipertesti della L.U.A. : che magnifico posto devo aver pensato.
La Toscana, un cenacolo di adepti, il culto della memoria, il rispetto dell’individuo singolare e della comunità in cui le sue relazioni si svolgono.
Sono passati talmente tanti anni da questa scoperta eppure la fascinazione di Anghiari, dei suoi corsi, di Pieve Santo Stefano e del suo archivio dei diari, è più viva che mai.
Del resto sono fallite una dopo l’altra tutte le istanze di aiuto che ho rivolto al creato.
Possibile che ci ho messo così tanto tempo per farti quella telefonata? Si trattava solo di chiederti se mi prendevi alla L.U.A. nel tuo seminario intensivo…
Era così semplice il percorso che proponevi e che continui a proporre: rifare a ritroso il cammino dell’esperienza abitandola tutta nel bene e nel male.
Venivo dalla lettura del tuo “Non avere paura” che avevo trovato dalle Edizioni Paoline della mia città: mi affascinava e soprattutto avvertivo che era una cosa buona per me.
Attraverso le parole del testo e la sequenza degli argomenti, capivo che ti animava una fede grande nell’umanità e in ciò che facevi, la tua mission la definisci vero?
Altri le darebbero altri nomi ma non importa.
Più passa il tempo, più mi convinco che se uno scopo abbiamo in questa vita è fare e farci del bene.
La tua nuova vita dopo il cancro mi sembrava l’esatta realizzazione di ciò.
Il lavoro di ora è il tuo personalissimo modo di mettere a frutto i talenti che ti sono stati dati in dono insieme naturalmente ad una capiente sacca di sofferenza.
Se non avessi avvertito la passione celata nella scrittura non mi sarei nemmeno permessa di fermare un pensiero sul corso di autobiografia terapeutica che tieni a Milano alla Fondazione Quarta.
Non mi sbagliavo.
Perché la passione l’ho sentita nelle note della tua voce quando ti ho chiamata per le info del corso.
Nonostante i miei progetti siano stati subito dirottati da Anghiari e dalla L.U.A. a Milano alla Fondazione, mi sono affidata e ho fatto bene.
Nuovi mondi, stili altri, voci di donne, tutte diverse ma sempre uguali nella testardaggine a voler fare di questa vita una piccola grande opera d’arte.
Un’idea tra le tante mi trova ciecamente d’accordo: la fatica.
Sarà che la fatica è la lisca di pesce della mia vita sin dalle origini.
Sarà che è la croce e la delizia di ogni mio percorso tra vicoli ciechi e strade ariose.
Capisco, o almeno credo, cosa intendi.
La durezza di ricominciare sempre daccapo, di reimparare nuove grammatiche, di muovere passi incerti su vie sconosciute.
A maggior ragione, dopo la devastazione di un male come il cancro che scolpisce la carne con il marchio dei suoi infingardi colori, delle occhiaie cineree, della pelle giallastra, avvizzita e glabra.
E se di riprendersi la vita un essere umano è capace dopo, cosa farne?
Nonostante la capacità plastica del farsi continuo dell’esistenza sia immensa, sebbene la pelle ritorni ad essere rosa, anche quando gli occhi riprendano profondità, non è scontato alzarsi di nuovo.
Difficilmente le strutture sanitarie aiutano : una grande sofferenza non mitigata in alcun modo può incattivire.
E noi siamo tutte fragili creature.
Ma se nuova linfa è disponibile, Sonia, insegni che non ci sono più porti tranquilli e solitari in cui sostare.
Sempre nuove rotte, al largo, temporanei approdi, echi di altre esistenze possibili ma, d’ora innanzi, in comunione con il resto del mondo di cui siamo parte.
Racconti del sostegno di Padre Sorge, della necessità di comunicare la tua verità alle altre donne dell’I.E.O. del teatro, dei corsi di scrittura terapeutica, dell’incontro con una medicina che faticosamente sta tentando di umanizzarsi.
Se è vero che l’esempio insegna più di mille parole, auguro a tutti coloro che si avvicinano ai tuoi corsi di sfruttare anche solo un centesimo delle proprie possibilità taumaturgiche.
Non posso che abbracciarti col pensiero e spronarti a continuare su quella che è sicuramente una strada maestra per il tuo bene, dei tuoi, del prossimo verso il quale ti fai presenza calda e feconda.
Paola

Scritto da: paola | 13/07/2011

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